Sep 26, 2017

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Jacques Lacan, per una clinica moderna

"L'inconscio"

Comincio con le formule difficili, o che suppongo essere tali: l'inconscio non è che l'essere pensa, com'è implicato tuttavia da quanto se ne dice nella scienza tradizionale, l'inconscio è che l'essere, parlando, gode, e, aggiungo, non vuole saperne di più. Aggiungo anche che questo vuol dire non sapere assolutamente niente.

Jacques Lacan, per una clinica moderna

"3 minuti con lui"

Essere psicoanalisti è semplicemente aprire gli occhi sull'evidenza che non c'è nulla di più incasinato della realtà umana. Se credete di avere un io ben adattato, ragionevole, che sa navigare, riconoscere ciò che c'è da fare e ciò che non bisogna fare, tenere conto della realtà, non rimane che mandarvi lontano da qui. La psicoanalisi, congiungendosi in questo con l'esperienza comune, vi mostra che non c'è nulla di più stupido di un destino umano, ovvero che si resta sempre infinocchiati. Anche quando si fa qualcosa che riesce bene, non è proprio quello che si voleva. Non c'è nessuno più deluso di qualcuno che dichiari di essere arrivato al colmo dei suoi auspici, basta parlare tre minuti con lui, francamente come forse solo l'artificio del divano psicoanalitico permette di fare, per sapere che alla fin fine di quella roba se ne infischia altamente, e che per di più è particolarmente infastidito da ogni sorta di cose. L'analisi è accorgersi di questo, e tenerne conto.

Jacques Lacan, per una clinica moderna

"Trasparente come un bel bicchiere di birra"

"Che cosa non va, oggi, nell’uomo?"

Lacan: C’è questa grande fatica di vivere, come risultato della corsa al progresso. Dalla psicoanalisi ci si aspetta che scopra fin dove si può arrivare trascinando questa fatica, questo malessere della vita.

"Che cosa spinge la gente a farsi psicoanalizzare"

Lacan: La paura. Quando gli accadono cose, persino volute da lui, che non capisce, l’uomo ha paura. Soffre di non capire, e a poco a poco entra in uno stato di panico. È la nevrosi. Nella nevrosi isterica il corpo si ammala dalla paura di essere malato, e senza in realtà esserlo. Nella nevrosi ossessiva la paura mette cose bizzarre dentro la testa, pensieri che non si possono controllare, fobie in cui forme e oggetti acquistano significati diversi e paurosi.

"Per esempio?"

Lacan: Succede al nevrotico di sentirsi forzato da un bisogno spaventoso di andare a verificare decine di volte se un rubinetto è veramente chiuso o se una data cosa sta nel dato posto, pur sapendo con certezza che il rubinetto è come dev’essere e la cosa sta dove deve stare. Non ci sono pillole che guariscono questo. Devi scoprire perché ti accade, e sapere che cosa significa.

"E la cura?"

Lacan: Il nevrotico è un malato che si cura con la parola, prima di tutto con la sua. Deve parlare, raccontare, spiegare se stesso. Freud la definisce «assunzione da parte del soggetto della propria storia, nella misura in cui è costituita dalla parola indirizzata a un altro».La psicoanalisi è il regno della parola, non ci sono altre medicine. Freud spiegava che l’Inconscio non tanto è profondo, quanto piuttosto inaccessibile all’approfondimento cosciente. E diceva che in questo Inconscio «c’è chi parla»: un soggetto nel soggetto, trascendente il soggetto. La parola è la grande forza della psicoanalisi.

"Ma che cos’è, per la psicoanalisi, l’angoscia?"

Lacan: Qualcosa che si situa al di fuori del nostro corpo, una paura, ma di niente che il corpo, mente compresa, possa motivare. Insomma, la paura della paura. Molte di queste paure, molte di queste angosce, al livello in cui le percepiamo, hanno a che fare con il sesso. Freud diceva che la sessualità, per l’animale parlante che si chiama uomo, è senza rimedio e senza speranza. Uno dei compiti dell’analista è trovare, nelle parole del paziente, il nesso fra l’angoscia e il sesso, questo grande sconosciuto.

"Adesso che si distribuisce sesso a tutti gli angoli, sesso al cinema, sesso a teatro, in televisione, nei giornali, nelle canzoni, sulle spiagge, si sente dire che la gente è meno angosciata da problemi legati alla sfera sessuale. Sono caduti i tabù, si dice, il sesso non fa più paura"

La sessomania dilagante è solo un fenomeno pubblicitario. La psicoanalisi è una cosa seria, che riguarda, ripeto, un rapporto strettamente personale fra due individui: il soggetto e ’analista. Non esiste psicoanalisi collettiva, come non esistono angosce e nevrosi di massa.Che il sesso sia messo all’ordine del giorno ed esposto agli angoli della strada, trattato alla pari di un qualunque detersivo nei caroselli televisivi, non costituisce affatto una promessa di qualche beneficio. Non dico che sia male. Certo non serve a curare le angosce e i problemi singoli. Fa parte della moda, di questa finta liberalizzazione che ci viene fornita, come un bene concesso dall’alto, dalla cosiddetta società permissiva. Ma non serve, a livello di psicoanalisi.

"A Lacan si rimprovera di parlare, e soprattutto di scrivere, in modo che solo pochissimi addetti ai lavori possono sperare di capire"

Lacan: Lo so, sono ritenuto un oscuro che nasconde il suo pensiero dentro cortine fumogene. Mi domando perché. A proposito dell’analisi ripeto con Freud che è «il gioco intersoggettivo attraverso il quale la verità entra nel reale». Non è chiaro? Ma la psicoanalisi non è roba per ragazzi. I miei libri sono definiti incomprensibili. Ma da chi? Io non li ho scritti per tutti, perché siano capiti da tutti. Anzi, non mi sono minimamente preoccupato di compiacere qualche lettore. Avevo delle cose da dire, e le ho dette. Mi basta avere un pubblico che legge. Se non capisce, pazienza. Quanto al numero dei lettori ho avuto più fortuna di Freud. I miei libri sono persino troppo letti, ne sono meravigliato.Sono anche convinto che fra dieci anni al massimo chi mi leggerà mi troverà addirittura trasparente, come un bel bicchiere di birra. Forse allora si dirà: questo Lacan, che banale.

Jacques Lacan, per una clinica moderna

Sigmund Freud

"La verità; forse non tutta"

“Mi è passata del tutto la voglia di mettermi a fare, anche solo di fantasia, un trattamento analitico. Chissà quali altre sorprese mi attenderebbero!”

Freud: Fa bene ad abbandonare questo proposito. Lei si sta rendendo conto di tutto lo studio e l'esercizio che Le sarebbero ancora necessari. Quando Lei avesse trovato le interpretazioni esatte, un nuovo compito Le si presenterebbe: quello di attendere il momento giusto, se vuole avere successo, per comunicare al paziente le Sue interpretazioni.

“E come è riconoscibile questo momento giusto?"

Freud: È questione di tatto; e con l'esperienza si può affinarlo assai. Lei commetterebbe un grossolano errore, nell'intenzione di abbreviar l'analisi, gettasse in faccia al paziente le Sue interpretazioni appena le avesse trovate. Otterrebbe con ciò in lui espressioni di resistenza, di opposizione, di indignazione; ma non che il suo Io si impadronisca di quanto è rimosso. La regola in tali casi consiste nell'attendere che egli si sia di tanto avvicinato al rimosso, da dover ancora fare, guidato dalle interpretazioni che Lei gli comunica, soltanto pochi passi per raggiungerlo.

“Credo che non imparerei mai una cosa simile. E quando avessi prese tutte queste precauzioni nell'interpretazione, che cosa accadrebbe?”

Freud: Le rimarrebbe da fare una scoperta alla quale non è affatto preparato.

“Quale scoperta?”

Freud: Che Lei si è totalmente ingannato sul Suo paziente, che non può affatto contare sulla sua collaborazione e docilità, che egli è pronto a sabotare con ogni mezzo il vostro lavoro comune, e che cioè, in una parola, non ne vuol saper di guarire.

“No! Ma questa è la cosa più stramba fra quante Lei me ne ha dette! Non ci posso credere: l'ammalato, che ha sofferenze così acute, che si lamenta dei suoi mali in modo tanto commovente, che si sottopone a tutti i sacrifici del trattamento, non ne vuol sapere di guarire! Ma neppur Lei può pensarlo!”

Freud: Si calmi, io la penso proprio. Quel che ho detto è la verità; forse non tutta, ma una parte molto notevole della verità. L'ammalato vuol certo guarire, ma anche non vuole.

Jacques Lacan, per una clinica moderna

"La domanda di felicità e la promessa analitica"

Ecco ciò che bisogna ricordare nel momento in cui l'analista si trova in posizione di risposta rispetto a chi gli chiede la felicità. La questione del Sommo Bene si pone ancestralmente per l'uomo, ma lui, l'analista, sa che tale questione è una questione chiusa. Non soltanto quel che gli si chiede, il Sommo Bene, egli non l'ha di certo, ma sa che non c'è proprio. Aver condotto a termine un'analisi altro non è che aver incontrato questo limite su cui si pone tutta la problematica del desiderio. Che tale problematica sia centrale per ogni accesso a una qualsiasi realizzazione di sé stessi è la novità dell'analisi. Indubbiamente, sulla strada di tale gravitazione il soggetto incontrerà una quantità di bene, tutto ciò che può fare di bene, ma non dimentichiamo quel che sappiamo benissimo poiché lo diciamo tutti i giorni nel modo più chiaro: lo incontrerà solo estraendo a ogni momento dal suo volere i falsi beni, esaurendo non solo la vanità delle sue domande, in quanto sono tutte nient'altro che domande regressive, ma anche la vanità dei suoi doni.

Jacques Lacan, per una clinica moderna

"Il sintomo"

È curioso, per della gente che crede di pensare, non rendersi conto che pensano con parole. Ci sono cose su questo punto con cui bisogna farla finita, non vi pare? La tesi della scuola di Würzburg, sulla cosiddetta appercezione di non so quale pensiero sintetico che non articolerebbe, è veramente la più delirante che una scuola di sedicenti psicologi abbia prodotto. È sempre con l'aiuto delle parole che l'uomo pensa. Ed è nell'incontro di queste parole col proprio corpo che qualcosa prende forma. Del resto, a questo proposito, oserei dire il termine di “innato”: se non ci fossero parole, di che l'uomo potrebbe rendere testimonianza? È qui che mette il senso.

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